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08/09/2013 – dal deserto alla valle del Draa

Sveglia alle sette, a dire il vero qualcuno si è alzato prima. Io ho dormito bene, Leila un po’ meno, ma la notte è andata bene.

Ci vestiamo e andiamo a vedere le dune con la luce del mattino. E’ ancora coperto, cade qualche goccia. Con la luce capiamo che in questa oasi ci sono molti altri accampamenti, qualcuno piccolo come il nostro, qualcuno più grande. La gente (non tanta) è un po’ dappertutto e si capisce subito il primo problema: dove faccio la pipì? Io me ne frego e la faccio dietro un cespuglio, non proprio folto.

Scaliamo una duna anche noi. Non è la prima volta, le avevo già affrontate in Perù e Nuova Zelanda, ma queste sono davvero ripide. Ne facciamo circa tre quarti,  poi ci sdraiamo sulla sabbia stanchi morti.

Il tizio dell’accampamento fischia per la colazione. Scendere non è come salire, basta correre e piantare i talloni e in pochi minuti arrivi giù. Moooolto divertente.

Dopo colazione risaliamo sui dromedari. Io sono il primo, posso fare delle foto e … sorpresa! Cielo sgombero da nuvole e colori semplicemente … perfetti! Che fortuna che abbiamo avuto: nella mia prima esperienza nel deserto ho visto la tempesta, la pioggia (sembra che mancasse da due anni), il vento, il calmo e il sole.

Il ritorno è ancora più bello dell’andata. Come ho detto non mi piace cavalcare gli animali, ma devo dire che la sensazione è stata comunque molto bella. Il silenzio è incredibile, si sentono solo i passi dei dromedari nella sabbia. Nessuno parla, è tutto troppo grande. Due ore veramente incredibili.

Arrivati all’albergo ci facciamo la doccia, impacchettiamo la roba e carichiamo in macchina. Dato che le dune sono a circa cinquanta metri approfittiamo per fare altre foto, quindi partiamo.

Un tizio dell’albergo ci chiede un passaggio per la città vicina. Qui è normale che la gente faccia l’autostop. Non si agita il pollice come da noi, ma si mostra l’indice, oppure si fa un gesto con il braccio. Per fortuna che l’abbiamo caricato, perché beccare la pista al ritorno non è così semplice (e non lo era stato), come all’andata.

Lo lasciamo a Rissani e proseguiamo per Zagorà. La strada è tutta desertica, con enormi montagne ai lati. E’ talmente bello che ogni mezz’ora mi fermo per fare delle foto. A supporto di questo panorama magnifico c’è il fatto che sulla strada non c’è anima vita, per cui tutto è irreale. Anche ne piccole città che attraversiamo sono vuote.

Ci fermiamo a caso in un posto lungo la strada. Io ordino una omlette berbera e Leila degli spiedini di pollo e patate fritte. Leila dice che il suo era buono, il mio semplicemente incredibile, uno dei migliori piatti provati fino ad ora.

Riprendiamo il viaggio e dopo poco vediamo uno dei famosi autostoppisti lungo la strada. Ha la faccia simpatica, io e Leila ci guardiamo e fermo la macchina. Gli diamo un passaggio per un posto dopo qualche chilometro. A noi non è cambiato molto, ma dal tenore dei suoi ringraziamenti, sembrerebbe che a lui sì.

Proseguiamo, il viaggio è lungo. Ogni tanto mi fermo per scattare delle foto, ma sopratutto per stare sveglio. Dopo un po’ è il turno di un vecchio e di un tizio. Li accogliamo in macchina, il primo ci vende dello zafferano che produce ad un prezzo ridicolo rispetto a quello che abbiamo comperato in Turchia a parità di qualità. L’altro tizio invece ci invita a casa a bere un the, ma è troppo tardi per noi e decliniamo.

Dopo ancora qualche ora arriviamo a Zagorà in un albergo deciso a pranzo grazie a Internet. Il posto è carino e tranquillo, sopratutto vista la sua posizione in un caotico quartiere della città.

Per cena usciamo e andiamo in un ristorante consigliatoci dal tizio alla reception. Non male, molto accoglienti, ma il cibo non è tra i migliori. Tagina di verdure per me e Pastilla per Leila.

Ritornati all’albergo è ora di chiudere con questo racconto e andare a letto. Sono così stanco che non tengo più gli occhi aperti!!!

Buon notte. 

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